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Addio stress a lavoro, il datore rischia grosso | Multa da circa 10mila euro, la Cassazione dice BASTA
In diversi casi anche la salute psicofisica del…
In diversi casi anche la salute psicofisica del lavoratore in azienda diventa decisiva: ecco cosa cambia
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Lo era anche in passato, ma nel mondo del lavoro contemporaneo la qualità dell’ambiente professionale è diventata una delle priorità assolute per garantire il benessere del dipendente. A differenza di prima, tuttavia, il concetto di “luogo di lavoro” quest’oggi non si limita al semplice spazio fisico in cui si svolgono le mansioni, ma si estende a tutto ciò che riguarda l’equilibrio, il clima e l’armonia che circondano l’individuo. Le aziende, in questo contesto, hanno una responsabilità crescente e sempre più riconosciuta dalla giurisprudenza.
Secondo l’art. 2087 del codice civile, infatti, il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per garantire non solo la sicurezza fisica, ma anche la salute mentale e la dignità morale del lavoratore. Ciò implica, in concreto, che l’impresa deve intervenire attivamente per impedire qualsiasi forma di disagio psicologico, indipendentemente dall’intenzionalità o dalla frequenza degli episodi lesivi.
In molte situazioni non si tratta di mobbing in senso stretto, ma di dinamiche più sottili e meno visibili, che tuttavia possono generare uno stato di disagio e deteriorare progressivamente la serenità dell’individuo. La giurisprudenza ha cominciato a definire e riconoscere anche queste forme come meritevoli di attenzione, tutela e, in certi casi, risarcimento.
Il benessere psicofisico non può essere ignorato. Quando il datore di lavoro non interviene per rimuovere situazioni di tensione o conflitto, può essere chiamato a rispondere civilmente per i danni provocati. Questo vale non solo nei casi gravi, ma anche in situazioni isolate che si rivelano lesive per la salute del lavoratore. E andiamo a scoprire cosa è stato sentenziato proprio di recente.
Lo stress senza mobbing, il caso in Cassazione
Spieghiamo subito che, con la sentenza n. 123 del 4 gennaio 2025, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: anche in assenza di intenti persecutori, il datore di lavoro è tenuto a risarcire i danni causati da comportamenti stressogeni. Il caso riguarda un’avvocatessa dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, che ha denunciato un clima lavorativo oppressivo dovuto all’atteggiamento pretestuoso e pressante del direttore generale.
Nonostante mancasse una vera e propria sequenza di azioni vessatorie, i giudici hanno riconosciuto che le pressioni continue avevano generato danni biologici documentati. Questo ha permesso alla Corte di configurare un caso di “straining”, una forma attenuata di mobbing. Anche in assenza di ripetizione sistematica, le condotte stressanti avevano prodotto effetti nocivi sulla psiche della lavoratrice, giustificando così un pieno risarcimento.

Emerse le responsabilità dell’ente
Ma sottolineiamo anche che la Cassazione ha chiarito che l’art. 2087 c.c. non si limita a regolare la prevenzione in senso tecnico, ma impone al datore di lavoro di creare un ambiente sano e rispettoso della dignità personale del lavoratore. Se il datore non adotta misure adeguate per disinnescare tensioni interne o conflittualità gravi, viola un preciso obbligo legale e contrattuale. Nel caso specifico, si è affermato che l’amministrazione avrebbe dovuto intervenire con misure concrete per ristabilire un clima sereno in ufficio, anche ricorrendo a strumenti disciplinari. La mancata azione, secondo i giudici, ha contribuito in modo diretto alla sofferenza psicologica della lavoratrice, generando la responsabilità dell’ente. Le “sanzioni”, è da chiarire, possono essere molto salate, e superare anche qualche migliaio di euro.
Quel che si capisce, a partire da questa sentenza, è quindi molto chiaro: il datore di lavoro non può più ignorare i segnali di malessere nell’ambiente lavorativo. Anche un singolo episodio, se idoneo a danneggiare la salute psico-fisica del dipendente, può essere motivo di responsabilità giuridica. Per le aziende italiane si apre dunque una fase nuova, in cui l’attenzione verso la qualità della vita lavorativa diventa parte integrante delle responsabilità d’impresa. Prevenire non è solo un dovere morale, ma una condizione legale sempre più stringente.
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(www.teleone.it)
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